Considerazioni sulla medicina olistica

Val più la pratica che la grammatica
Detto popolare

L’osservazione dei fenomeni naturali, la speculazione su di essi e la loro eventuale utilizzazione pratica è da sempre la più importante fonte di apprendimento e di progresso per l’ Uomo. Sapendo che una certa cosa può essere fatta in modo diverso e più vantaggioso, agli interessati viene generalmente spontaneo sperimentare la novità integrandola nelle proprie esperienze.

Anche in campo medico, naturalmente, è sempre valso lo stesso principio pur essendoci, in passato come oggi, chi diffida delle cose nuove e che, pur conoscendole solo per “sentito dire”, è pronto a ritenerle indegne di considerazione: basti ricordare Semmelweis, l’ostetrico a cui, verso la metà dell’ 800, era sorto il dubbio che il lavarsi accuratamente le mani, prima di passare da una paziente all’ altra, potesse far diminuire la mortalità per febbre puerperale, da tutti considerata epidemica e certamente non iatrogena. Morì mezzo impazzito nel 1865, deriso dall’Europa accademica. Ma c’era chi, con modestia e perseveranza, provava e riprovava a verificare “sul campo” la sua intuizione… Oggi i chirurghi si lavano ben bene fino ai gomiti e nessuno ci trova niente da ridìre.

Ai tempi di Semmelweis forse ancora non si usava, ma oggi il suo atteggiamento verrebbe sbrigativamente definito “non scientifico” e questo lo renderebbe automaticamente indegno dell’ attenzione di chi soggiace al mito dell’ autorevolezza accademica : “Ipse dixit” e non se ne parli più. Ma i fenomeni, grazie al cielo, accadono indipendentemente dalle spiegazioni che sappiamo darne, e se il loro utilizzo ci aiuta a curare meglio i nostri pazienti saremmo sciocchi ad aspettare, chissà quando, una spiegazione “scientifica”. Pensate al calabrone: è risaputo che, secondo la Scienza, non dovrebbe essere in grado di volare… ma lui se ne frega e vola lo stesso dimostrando, a chi se ne fosse dimenticato, che “vale più la pratica che la grammatica”.

È necessario superare il pregiudizio che possa essere degno di considerazione solamente quello che certi ambienti definiscono “scientifico”: è solo un mito dei nostri tempi. La Scienza, quella vera, non è una religione, non impone dogmi e non scaglia anatemi: è semplicemente un metodo per cercare di interpretare ciò che accade in una realtà ancora tutta da scoprire. E comunque ogni spiegazione, anche la più scientifica, è per definizione “provvisoria” perché si scopriranno sempre cose nuove che la renderanno obsoleta.

Il Metodo Scientifico, pur con tutti i suoi innegabili meriti e scoperte meravigliose, è soggetto a gravi limitazioni:
- dipende dall’ evoluzione delle tecnologie e delle chiavi interpretative, per quanto riguarda la capacità di effettuare osservazioni e misure di ciò che è oggetto di studio,
- essendo essenzialmente adatto a descrivere sistemi lineari (cioè riproducibili sempre con le medesime modalità) è mostruosamente riduttivo quando lo si applichi a sistemi autoadattanti, mai uguali a se stessi ed in continuo divenire, come quelli biologici.

Queste considerazioni fanno facilmente intuire come il definire la Medicina una “Scienza” nell’ accezione corrente del termine sia una pia illusione. Inoltre va ribadita la difficoltà, soprattutto in ambito accademico, di accettare teorie non ortodosse: ciò rende inattuabile la ricerca quando questa debba uscire dai limiti tradizionalmente imposti.

Coloro che applicano terapie al di fuori dalle Istituzioni ufficiali non sono soggetti, se non per scelta, alle limitazioni accademiche e, come il calabrone, non devono aver paura di volare anche se per farlo bisogna faticare un po’, imparare una semeiotica nuova e, soprattutto, abituarsi a vedere l’ Organismo in modo alquanto diverso e più complesso di come viene tradizionalmente insegnato. Modificare il proprio modo di vedere le cose richiede una buona dose di curiosità, disponibilità ad accettare idee nuove, e un certo tipo di coraggio per superare la soggezione culturale nei confronti dell’ ortodossia “scientifica”… Per alcuni può essere assai difficile.
Einstein affermava che “è più facile, per l’ Uomo, spezzare l’ atomo che spezzare i propri pregiudizi”.

Gli accademici

Da quando anche nel nostro Paese sono state “accettate” alcune nuove pratiche terapeutiche, viene dato più spazio al dibattito tra i fautori della medicina convenzionale e quelli di altre metodiche.
In effetti si tratta di pratiche complementari che non si escludono necessariamente ma possono invece integrarsi a vicenda, solo che lo si voglia: in ambedue le posizioni c’è del buono… e si dice che la virtù stia nel mezzo. La Medicina è infatti una sola, ed è sempre stata l’ Arte di ridare benessere alle persone che si rivolgono al medico che consiglia, di volta in volta, i rimedi ritenuti più opportuni in ogni singolo caso, “secondo scienza e coscienza”. In questa accezione la parola “scienza” definisce il complesso di conoscenze ed esperienze in possesso del medico: il suo sapere. La dizione “scienza medica”, nel senso di studio basato sul metodo scientifico, si è venuta affermando più recentemente, col progredire delle tecnologie applicate alla medicina.

Quello che più sconcerta in questo dibattito è la rilevanza che viene data al parere di persone, sia pure istituzionalmente autorevoli, (professori, clinici, ricercatori famosi ecc.) che delle medicine non convenzionali non hanno alcuna approfondita conoscenza, né pratica clinica… Nessuno prenderebbe sul serio il parere di chicchessia su un libro o un film che l’ intervistato non avesse mai letto né visto ma del quale fosse a conoscenza solo per sentito dire, tuttavia, nel discutere sulle Medicine, questo sembra essere, stranamente, la regola…
Non è certo da mettere in dubbio la buona fede di quanti sono scettici nei confronti delle pratiche mediche non convenzionali. È piuttosto opportuno rilevare il fatto che si tratta di opinioni basate sul pregiudizio che solo quanto attiene alla così detta “medicina scientifica” possa essere degno di considerazione. Ma l’ essere vivente è qualcosa di assai più complesso di un semplice assemblaggio di organi, apparati e sistemi: i freddi dati dell’ analisi scientifica non sono sufficienti alla sua comprensione.

Certamente le teorie su cui si basano alcune discipline non convenzionali, così come sono state formulate, possono apparire risibili o insoddisfacenti per la mentalità corrente. Allo stesso modo appariranno ingenue, nei prossimi decenni, molte teorie di oggi: in fondo sono solo “modelli” che tentano di descrivere provvisoriamente la realtà. È tuttavia indubbio, per chi ne ha esperienza diretta, che le terapie non convenzionali registrano dei successi nelle loro applicazioni.
Il fatto che la Scienza non abbia ancora saputo darne spiegazioni è di scarsa rilevanza: l’ assenza di una spiegazione scientifica é semplicemente un problema da affrontare e non una scusa per ignorarlo. La definizione di “pseudo-scienze” che spesso viene data alle Medicine non convenzionali può sembrare infatti, a prima vista, un capo d’ accusa nei confronti di queste discipline ma, a ben vedere, è sostanzialmente una dichiarazione di impotenza da parte dei ricercatori che non vogliono, o non possono, o non sanno da che parte cominciare a studiare certe realtà fenomeniche e tendono a nascondere tale carenza con atteggiamenti di dotta sufficienza. Viene in mente la storia della volpe e l’ uva: “Nondum matura est”.

Accanto alle preziose informazioni fornite dalla ricerca scientifica dobbiamo essere disponibili ad osservare senza pregiudizi, usare sensibilità, intelligenza ed intuizione, tutte qualità più attinenti all’ ambito dello spirito che a quello della scienza ma che hanno il pregio di costituire l’ essenza dell’ Uomo.
Per quanto riguarda i frequenti richiami all’ “effetto placebo”, riferito alle medicine complementari, è scientificamente riconosciuto che almeno la metà dell’ efficacia di qualsiasi farmaco è ascrivibile ad esso. Anche qui, dunque, nessuno scandalo.
E vorrei azzardare una considerazione provocatoria: se un paziente ci si presenta per un mal di schiena e glielo facciamo passare con un bacio in fronte abbiamo certamente fatto bene il nostro mestiere di medico. Se invece gli prescriviamo anti-infiammatori fino a fargli venire l’ ulcera, abbiamo fatto un pessimo lavoro: “primum non nocere”.